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Chiesa di San Martino

di Lunedì, 03 Febbraio 2014 - Ultima modifica: Venerdì, 23 Maggio 2014
Immagine decorativa

Le prime notizie storiche sulla Chiesa di san Martino risalgono al 1209, quando è citata in un documento. Probabilmente la Chiesa primitiva (la parte più antica) venne, in un periodo imprecisato, alzata con l’aggiunta della volta. Nella seconda metà del 1600 venne ampliata con l’aggiunta della quarta e della quinta campata. Il 30 agosto 1727 bruciò il tetto del campanile che la tradizione ci tramanda essere stato nella classica forma a cuspide e che venne ricostruito nello stato attuale. Nel 1856 venne aggiunta l’attuale sacrestia. Non si sa quando venne abbattuto il corpo a settentrione e del quale rimangono solo delle labili tracce. 

All’interno le prime e seconde campate presentano numerose tracce di affreschi, già rilevate nel 1924, quando l’allora parroco don Francesco Pasquazzo auspicò il loro scoprimento da parte della Sovrintendenza delle Belle Arti. Si tratta di decorazioni ad affresco databili al XV sec. (s’intravede la figura di una Santa Incoronata e una Madonna con Bambino in Trono) alle quali sono sovrapposti dei dipinti a tempera del XVII secolo. 
Degno di nota è anche il san Sebastiano il quale è stato interrotto in alto dall’inserimento del peduccio della navata. 
La volta del presbiterio fu affrescata nel XVII sec. e vi sono raffigurati il Padre Eterno i quattro evangelisti con i simboli di alcuni dottori della Chiesa. Le pareti del Presbiterio erano anch’esse affrescate con una serie di pannelli sulla vita di Gesù. Rimangono leggibili i due pannelli posti dietro l’altare maggiore raffiguranti un entrata in Gerusalemme e un’ultima cena. Un terzo quadro, ancora visibile nel 1742, raffigurava Gesù nel giardino degli olivi. 
L’antico altare maggiore, dedicato a san Martino era a portelle, costruito nei primi decenni del 1500, il cui autore fu influenzato dalla bottega altoatesina di Silvester Miller. Di questo altare rimangono le statue di san Martino e della Madonna poste sopra le portine del coro nonché due rilievi di portella e una portellina, raffigurante san Martino che resuscita un fanciullo e un Ultima Cena, attualmente esposte al Museo Diocesano di Trento. 
L’attuale altare maggiore è del 1649 ed è opera della bottega di G. Domenico Bezzi. A destra della Pala sono raffigurati san Rocco e san Marcello e a sinistra san Sebastiano e san Filippo L’altare si conclude con la statua di sant’Anna metterza accompagnata da due angeli adoranti. 
La pala rappresenta la Madonna con Bambino, san Martino, san Antonio Abate e san Giacomo. E’ opera forse attribuibile a Carlo Pozzi. 
L’altare dell’Addolorata attribuito a Johan Poder Junior è del 1742. Nel 1756 venne indorato da Bartolomeo Costanzi di Cembra. E’ caratterizzato dalle due colonne tortili marezzate con lacca blu stesa in diverse tonalità e percorse da una spirale a foglie d’oro. Si distinguono le statue di san Giuseppe con il Bambino, santa Veronica con il sudario e i santi Giovanni e Maria Maddalena. 
La pala del XVII secolo di autore ignoto rappresenta i sette Dolori della Vergine, san Simeone e gli arcangeli Michele e Gabriele. 
L’altare di san Rocco realizzato intorno al 1618 si caratterizza dalle piccole dimensioni e dalla sua semplice eleganza compositiva. Presenta sulla predella un “Ecce Homo” con la data 1618, semplici le colonne scannate e dorate con capitelli corinzi. La pala del XVII secolo rappresenta la Madonna con Bambino, san. Rocco e san Romedio.
La via Crucis del XVII secolo proviene forse dalla scuola di Mattia Lampi.
La chiesa conserva ancora, come in poche altre chiese, un arredo integro, tra cui, oltre all’armadio dei gonfaloni, i due angeli ceroferari e i due candelabri processionali. 
Di notevole valore storico è anche il pavimento seicentesco in battuto di calce: uno dei pochi esempi ancora esistenti in trentino e pertanto tutelato dal Servizio Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento. 
Il presbiterio ospita anche due tele del XVIII secolo rappresentate la “Madonna con san Floriano” e “ I sette dolori della Vergine”.
Nel corso degli ultimi due secoli e sino al 1950 sia il beneficio de Stanchina sia il legato Anselmi hanno consentito, in assenza di cappellani, alla popolazione di Livo di usufruire regolarmente delle funzioni religiose. 
    

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